C’è una frase che ripeto spesso, prima di partire per una solitaria: quello che imparo in bici, lo applico ogni giorno. Non è uno slogan. È un’osservazione che mi porto dietro da anni di pedalate, di salite affrontate al buio, di chilometri in cui la testa ha dovuto convincere le gambe a continuare.
Ogni salita ha la sua corrispondenza nella vita. Ogni discesa, ogni tratto di vento contrario, ogni traguardo tagliato all’alba. Dopo tre interventi al cuore e centinaia di chilometri percorsi in solitaria, ho capito che la bicicletta non è solo lo sport che mi ha salvato. È la lente attraverso cui ho imparato a leggere tutto il resto.
Ve la racconto così come l’ho vissuta io: in quattro tappe.
La salita: la difficoltà che non hai scelto
Nessuno sceglie la salita. Arriva, e basta. Può essere una diagnosi che non ti aspettavi, una mattina di marzo in cui pensavi di stare bene e invece ti ritrovi in ospedale. Può essere una pendenza al 12% dopo 300 chilometri già nelle gambe.
La salita non si tratta. Si affronta.
Ho imparato che il primo errore è guardarla tutta insieme, dal basso verso l’alto, lasciandola intimidirci. Funziona meglio dividerla: il prossimo tornante, il prossimo respiro, il prossimo colpo di pedale. La salita che sembrava impossibile dal basso, vista un metro alla volta, diventa semplicemente la prossima cosa da fare.
Il vento in faccia: la resistenza che non vedi
C’è una differenza enorme tra la salita e il vento in faccia. La salita la vedi, sai quanto dura, puoi calcolarla. Il vento no. È invisibile, è ovunque, e a volte ti sembra di pedalare fermo anche se stai dando tutto.
Il vento in faccia è quella resistenza esterna che non puoi controllare — le circostanze, i tempi che non sono i tuoi, le persone che non capiscono perché continui. Non lo eviti abbassando la testa una volta sola. Lo affronti pedalata dopo pedalata, accettando che la fatica in più che ti costa non è un segno che stai sbagliando strada. È solo il prezzo della costanza.
Il buio notturno: continuare senza vedere il risultato
Questa è la parte più dura, e la conosco bene: i 36 chilometri percorsi in solitaria a settembre, di notte, senza fermarmi mai a dormire, mi hanno insegnato cosa significa davvero il buio notturno.
Non vedi la strada davanti, non vedi quanto manca, a volte non vedi nemmeno il senso di quello che stai facendo. È il momento in cui la motivazione visibile — il traguardo, l’applauso, il risultato — sparisce, e resta solo la scelta di continuare comunque.
Ho imparato che la mente decide prima del corpo. Nel buio, è la lucidità mentale a tenerti in sella, non la forza nelle gambe. È lì che si misura davvero la resilienza: non quando tutti guardano, ma quando nessuno vede se ti fermi o no.
L’arrivo: non la fine, ma il punto da cui si ricomincia
E poi, sempre, arriva la discesa. Arriva l’alba dopo il buio. Arriva il traguardo.
Ma ho smesso da tempo di considerarlo un punto finale. L’arrivo non chiude niente: apre. È il punto da cui riparti con più consapevolezza di prima, con qualcosa in più che ti porti dietro — anche se è solo la certezza di essere riuscito a non fermarti.
Il dolore della salita è temporaneo. La resa, invece, lascia un segno che dura.
Cosa resta, alla fine della strada
Non scrivo questo per raccontarvi quanto sono forte. Scrivo questo perché la bicicletta mi ha insegnato una cosa che vale per chiunque, in sella o no: la vita si fa di salite non scelte, di vento che non controlli, di tratti bui in cui continui senza vedere il risultato. E poi, sempre, di un arrivo che non è la fine — è solo l’inizio della prossima salita.
Non serve pedalare 600 chilometri per allenare questo. Basta, ogni mattina, scegliere di rialzarsi.
Pedalo con il cuore. Letteralmente.
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Gianluca Santacatterina
Solitary Ultracyclist • Mental Coach • Autore
#pedalaconilcuore | gianlucasantacatterina.it
