Il mio personal trainer è dentro il mio petto e non mi manda mai una fattura

2026-09-16 19:20

Gianluca

Il mio personal trainer è dentro il mio petto e non mi manda mai una fattura

Episodio 2 della serie "Quando la Bicicletta ti Salva"

Episodio 2 della serie "Quando la Bicicletta ti Salva" — se vi siete persi il primo, recuperatelo qui, altrimenti qui capite poco

 

Confessione: ogni venti minuti, in bici, mi fermo mentalmente a farmi tre domande, tipo un questionario di gradimento con me stesso come unico cliente. Come va il fiato? Le gambe stanno ancora collaborando o si sono già licenziate in silenzio? E la testa, è ancora qui con me o sta già progettando cosa mangiare stasera? In base alle risposte decido se spingere o se, diciamo, gestire con signorilità.

 

Vi ho già raccontato, nel primo episodio, com'è iniziata questa storia — se ve lo siete perso, il link è qui sopra, andate a recuperarlo, altrimenti perdete un sacco di riferimenti e io sembro semplicemente uno che parla di cuori a caso. Quello che non vi ho ancora detto è come sono passato dall'essere l'ultimo a sapere cosa succedeva nel mio petto, a essere quello che si ferma ogni quarto d'ora a chiedergli come va, tipo una coppia che ha appena iniziato la terapia.

 

Non è successo per folgorazione sulla via di Damasco. È successo perché mi sono costruito un'abitudine, quasi un tic: interrogare il corpo prima che sia lui a interrogarmi. E badate bene, la parte comica della faccenda è questa: il sistema che uso io in sella — controllare, dosare, intervenire prima che sia troppo tardi — è esattamente lo stesso identico principio del defibrillatore che porto nel petto. Io e il mio dispositivo facciamo, in pratica, lo stesso mestiere. Solo che lui non si stanca mai e io ogni tanto mi distraggo pensando alla cena.

 

E qui apro una parentesi seria, perché altrimenti sembra che io tratti la cosa con superficialità, e non è così: quello che chiamo "check-in ogni venti minuti" è prevenzione allo stato puro, solo travestita da abitudine sportiva invece che da appuntamento in ambulatorio. La visita che nel 2021 ha scoperto tutto è stata la prevenzione che mi ha salvato la vita una volta, per sempre — quella l'ho già raccontata. Ma la prevenzione vera, quella che uso ogni giorno, è più piccola e meno eroica: è rallentare un chilometro prima di quanto direbbe il mio orgoglio, invece di scoprire il limite sbattendoci contro come un fenomeno da baraccone. Nessuno scrive titoli di giornale su "uomo rallenta leggermente in salita", ma è probabilmente la cosa più utile che faccio in una settimana.

 

Faccio anche il mental coach, ve l'ho già detto altre volte, e questa storia mi ha insegnato una cosa che ripeto spesso a chi seguo: ascoltarsi non è un dono riservato a pochi eletti zen, è un muscolo. E come tutti i muscoli si allena con ripetizioni brevi e frequenti, non con una seduta epica una volta ogni dieci anni quando ormai il danno è fatto. Il mio check-in in bicicletta è letteralmente questo: serie da tre domande, recupero venti minuti, e via.

 

Il bello — se di bello si può parlare quando si tratta di un dispositivo medico impiantato — è che oggi il mio cuore e io lavoriamo in coppia invece che l'uno all'insaputa dell'altro. Prima lui faceva quello che voleva di notte e io non ne sapevo nulla. Adesso c'è un dialogo, seppur a distanza ravvicinata di venti minuti l'uno dall'altro, e con un arbitro tecnologico sempre acceso a controllare che nessuno dei due esageri.

 

Nella prossima puntata vi porto nel pratico: cosa significa davvero allenarsi e viaggiare con un defibrillatore addosso, tra controlli, precauzioni e piccoli riti che nessuno mi ha insegnato e che mi sono dovuto inventare da zero, spesso sbagliando.

 

Gianluca

Solitary Ultracyclist • Mental Coach • Autore 

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